

211. Dal PCI al PDS.

Da: M. L. Salvadori, Storia d'Italia e crisi di regime, Il Mulino,
Bologna, 1996.

A partire dalla fine degli anni Ottanta la storia italiana fu
caratterizzata da una crescente crisi dell'intero sistema
politico; in questo contesto, e in collegamento con gli stessi
fattori di crisi, si verific un rapido mutamento del quadro
politico: cambiarono i rapporti fra i partiti, i loro orientamenti
e le loro strategie, quelli tradizionali persero rappresentativit
a vantaggio di nuove formazioni politiche, la perdita di
credibilit dei partiti fu accompagnata da un significativo calo
nella partecipazione dei cittadini alla vita politica. Uno degli
eventi pi rilevanti fu lo scioglimento del partito comunista e la
fondazione, al suo posto, del partito democratico della sinistra.
Nel seguente passo lo storico Massimo Luigi Salvadori ricostruisce
il processo attraverso il quale si verific questa importante
trasformazione del comunismo italiano.


Per creare, almeno potenzialmente, le condizioni della fine dello
stato di guerra ideologica, era preliminarmente necessario che i
valori e la cultura politica di una delle due forze contrapposte
entrassero in crisi strutturale, attivando un processo di
trasformazione sia della propria identit sia del modo di
intendere il proprio ruolo sociale e politico. Senonch il
compiersi di un simile processo richiedeva a sua volta che, almeno
in parte, i valori, la cultura politica e il tessuto sociale del
campo avverso - e il quadro da considerarsi a questo proposito
deve essere non solo quello strettamente nazionale, bens anche
quello internazionale - conoscessero un movimento dinamicamente
espansivo. Il che  avvenuto, in maniera via via pi accelerata,
negli anni '70 e '80, nel corso dei quali su scala internazionale
il capitalismo occidentale ha avuto il sopravvento sul mondo
comunista in campo economico e tecnologico e su scala nazionale il
capitalismo italiano, nonostante le notevoli debolezze proprie e
del quadro politico e istituzionale in cui si  trovato ad
operare, ha mostrato di essere un sistema certo non destinato ad
una crisi strutturale. In un simile contesto era inevitabile il
progressivo cedimento, anzi lo sfaldamento dell'impalcatura
ideologica rivoluzionaria del PCI. Il quale per si  trascinato
per ben un ventennio sotto l'effetto di due fondamentali impulsi
contraddittori e aventi un risultato di compensazione: da un lato
la perdita di significato della prospettiva comunista, che
indubbiamente indeboliva il peso del partito, e dall'altro
l'importanza del riformismo pratico da esso messo in atto, il suo
forte insediamento politico e sociale, i difetti organici della
classe dirigente e dello stato che questo insediamento
contribuivano a mantenere. [...].
Orbene tra la fine degli anni '60 e gli inizi degli anni '80, il
PCI prese coscienza in maniera graduale, ma faticosamente e
contraddittoriamente, di un vero e proprio rovesciamento delle
proprie aspettative: era il mondo socialista e non quello
capitalistico a entrare in crisi. In una prima fase i comunisti
italiani ritennero che i limiti e le contraddizioni del mondo
socialista restassero pur sempre secondari, avessero un carattere
transitorio e fossero superabili senza mettere in discussione le
strutture di potere; in una seconda fase, di cui fu un chiaro
sbocco l'iniziativa del PCI di promuovere la svolta
eurocomunista, si sent il bisogno di una differenziazione
qualitativa dal comunismo sovietico, di cui si presero a criticare
a questo punto le strutture del potere politico conservando per
una sostanziale fiducia nella sua superiorit sul piano socio-
economico; in una terza fase, infine, si giunse ad una
contrapposizione pi radicale che sfoci nella trasformazione del
PCI e nella fondazione di un nuovo partito della sinistra
europea. Un passo determinante in questo processo fu compiuto a
met degli anni '70, nel momento in cui il PCI afferm -
criticando per la prima volta a fondo la teoria e la prassi
leninista della dittatura del proletariato quale necessario mezzo
istituzionale di transizione verso la costruzione del socialismo -
di riconoscere la democrazia politica di matrice liberale come un
valore irrinunciabile e permanente. Si tratt, nondimeno, di un
passo non risolutivo, poich il partito teneva sempre ferma l'idea
della necessit di un salto di natura rivoluzionaria in campo
economico-sociale, pur da attuarsi rispettando le regole del gioco
democratico e da considerarsi comunque come una trasformazione a
carattere reversibile, a seconda del volere democratico
dell'elettorato. L'idea precedente della trasformazione senza
ritorno cedette cos a quella della trasformazione sottoposta alle
regole della democrazia politica. Tutto ci il PCI defin una
terza via, in quanto respingeva sia quella socialdemocratica,
giudicata incapace di promuovere la fuoriuscita dal capitalismo,
sia quella sovietica, che aveva dimostrato di non poter coniugare
la socializzazione dei mezzi di produzione con la democrazia
politica. In tal modo il PCI era giunto a condividere con la
socialdemocrazia il valore delle istituzioni politiche di tipo
occidentale e la reversibilit dei ruoli del governo e
dell'opposizione; col comunismo, invece, continuava a condividere
l'idea che compito del PCI al potere fosse la costruzione del
socialismo sulla base della socializzazione statalistica. Al PCI
continuava a sfuggire l'incompatibilit strutturale di
quest'ultima con la democrazia politica.
Il superamento della concezione della terza via richiese oltre un
decennio, e pot considerarsi avvenuto unicamente alla fine degli
anni '80: allorch il PCI, messo alle strette dalle sue
contraddizioni fattesi incontenibili e spronato sempre pi dalla
crisi del mondo sovietico, dalla ricerca della valorizzazione del
proprio ruolo riformatore nella pratica e dall'esigenza di
affermare il primato del riformismo anche in chiave ideologica,
cerc un rapporto nuovo con l'Internazionale socialista; parl
dell'opportunit per il movimento operaio europeo e italiano di
superare le scissioni, ormai prive delle originarie ragioni, tra
comunisti, socialisti e socialdemocratici; riconobbe, oltre ai
valori della democrazia politica, anche la funzione insostituibile
del mercato; abbandon la prospettiva della socializzazione
statalistica come mezzo principale della politica sociale;
consider il ruolo dello stato come quello di un centro
elaboratore e di garante di regole dirette a stabilire un equo
rapporto tra esigenze del mercato e difesa dell'equit sociale; e
fece propria per aspetti essenziali la cultura politica del
socialismo democratico riformista proclamando di considerarsi
ormai un partito della sinistra europea. Il passo che ha posto
fine in Italia in maniera formale all'esistenza di una sinistra
comunista maggioritaria, che aveva incarnato una nuova forma di
antistato, fu compiuto agli inizi del 1991 con l'autoscioglimento
del PCI e la fondazione del PDS. La leadership che attu la svolta
dal PCI al PDS fu animata da una forte volont di innovazione e
dal desiderio di dare finalmente al riformismo pratico principi
con esso coerenti. Ma si trattava di una svolta tardiva, che aveva
avuto bisogno per essere effettuata della vanificazione delle
speranze riposte in una riforma interna del comunismo sovietico e
del crollo dell'impero costruito da Stalin. E si trattava altres
di una svolta parziale. Cos profonde restavano le radici
originarie, che la sua nascita per un verso determin il sorgere
di un nuovo partito neocomunista, minoritario ma di certa
consistenza, e per l'altro vide il permanere al proprio interno di
una corrente di comunisti democratici. Il PDS traeva la sua
impronta dall'essere un partito post-comunista: diviso tra un'ala
decisa alla piena socialdemocratizzazione, un'ala maggioritaria
centrista e un'ala decisa a resistere alla socialdemocratizzazione
stessa. Esso si muoveva in un compromesso tra continuit e
cambiamento, passato e futuro, significativamente espresso
dall'adozione di un nuovo simbolo alla cui base per sopravviveva
il vecchio simbolo del PCI. Divenuto in seguito membro
dell'Internazionale socialista, il PDS manteneva pur sempre una
diffusa insofferenza per i termini stessi riformismo e
socialdemocrazia, alimentata dal bisogno di non confondersi con
la screditata esperienza della socialdemocrazia italiana.
